Libreria Sognalibro


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Febbraio 2009

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LE PROPOSTE DEL MESE

Il liber occupa un posto particolarmente importante nella società romana del I secolo d. C., e il testo scritto conosce in quest'epoca un vero e proprio apogeo. La creazione letteraria, le letture pubbliche e le grandi biblioteche ispirate al modello ellenistico vivono una fase di importante sviluppo, lo scrittore si avvia a conquistare una condizione nuova e prestigiosa sia nei suoi rapporti col potere sia in quelli con il pubblico, e comincia ad esercitare le prime forme di controllo sulla diffusione delle sue stesse opere. Nascono circoli letterari e vengono istituiti i primi concorsi - antenati dei nostri premi; il commercio delle copie si sviluppa al punto di dar vita a forme primitive di distribuzione. Sull'onda di queste novità, e contagiato dal nuovo fermento culturale, il pubblico, o meglio i pubblici, si appassionano alla lettura. La lettura nella Roma antica costituisce un approccio originale all'universo della Roma dei primi secoli dell'era cristiana: i temi della lettura e della scrittura sono qui osservati dall'autrice nel vivo della loro dimensione sociale, con particolare attenzione alla relazione tra lo scrittore, il libro e il pubblico.


Catherine Salles, dell'Università di Nanterre, studiosa di storia e letteratura greca e latina, si è interessata in particolare alla vita quotidiana e alla condizione femminile nella società romana sotto gli imperatori della dinastia Giulio-Claudia.





La lettura nella Roma antica
di Catherine Salles
Edizioni Sylvestre Bonnard



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Come scrive Nicolas Plagne, dell'Ecole Normale Supérieure, recensendo l'edizione francese di questo saggio, con la caduta di Costantinopoli in mano ai Turchi 1 territori dell'antico mondo bizantino vengono compresi per secoli nell'impero del Sultano... Biblioteche e dignitari bizantini emigrano in Italia nel corso del XV secolo contribuendo al Rinascimento della letteratura e della cultura del mondo greco antico. Di Bisanzio restano allora soprattutto i libri... E, nel caso di Bisanzio, si ha a che fare con una civiltà nella quale il libro era diffuso e costitutivo d'una cultura interrottasi con la fine del mondo greco e la caduta dell'impero romano. I testi bizantini erano concepiti per un pubblico di lettori che ne faceva un uso personale, ma anche per fruitori solitari così come per consessi che si riunivano in privato in pubblico. Nella nostra volontà di conoscere e comprendere i libri di Bisanzio, tanto per il contenuto (secondo i diversi generi letterari) quanto come corpus nonché per il loro valore di testimonianza su una civiltà, è importante capire chi erano i lettori di quei libri. Quale la loro posizione sociale, il loro porsi di fronte al libro, la loro capacità possibilità di appropriarsi del testo scritto, dunque in sostanza la loro preparazione culturale. Chi leggeva a Bisanzio? Che cosa leggeva? Dove? Quando? Come? Tale l'oggetto di questo quadro della lettura che è anche il ritratto del "lettore medio": summa di anni di studio e esposizione di una erudizione matura."


Guglielmo Cavallo, docente all'Università La Sapienza di Roma, bizantinista membro di prestigiose Accademie internazionali, Directeur d'Études associato all'École des Hautes Études en Sciences Sociales (EHESS), è autore di numerosi e importanti studi. Questo volume raccoglie dodici lezioni che costituiscono il testo di un seminario tenuto all'EHESS nel 2003, qui presentato in una versione rivista e ampliata.



Leggere a Bisanzio
di Guglielmo Cavallo
Edizioni Sylvestre Bonnard



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Il silenzio non è mai puro vuoto o puro trattenimento della voce, per quanto circondati, sopraffatti dalle parole e dai suoni, non si è mai smesso di pensare che il silenzio sia un irrinunciabile modo per comunicare. Non si apprendono forse nel silenzio le verità degli dei che ci parlano con il loro muto linguaggio? E non si sono forse sempre ascoltate nel silenzio le parole dei condottieri e dei re e le voci autorevoli dei maestri? Immersi nel silenzio santi, asceti e visionari hanno percorso tanti cammini di fede ed hanno imparato ad ascoltare l'ineffabile. Il silenzio è la dimensione nella quale si manifestano la saggezza e la prudenza, esso è indice di una volontà di ascolto dell'altro ed è per questo anche un indispensabile ingrediente della buona politica. Il parlare poco e brevemente è indice di molte virtù anche se oggi, nella società del rumore, ha sempre meno rilievo. Eppure nella cultura occidentale si è riflettuto lungamente su questo tema e ci si è interrogati e si è scritto tanto sul valore del non detto, dell'inudibile, dell'ineffabile. Ora su questi temi, con questo libro - scritto con pieno rigore storico -tali riflessioni vengono riportate alla luce lungo un percorso che giunge nel cuore dell'Età moderna e che sarà per il lettore ricco di sorprese.


Roberto Mancini è docente di Storia Contemporanea all'Università Iuav di Venezia; insegna Storia Moderna e Contemporanea dei Paesi dell'Oriente Mediterraneo presso il Middlebury College di Firenze ed ha una lunga esperienza di studio e insegnamento di storia dell'Italia moderna presso la Universiteti i Shkodrës. È condirettore della rivista di studi balcanici "Portolano Adriatico". Del tema della voce e del silenzio si è occupato a lungo, soprattutto da una prospettiva storico-antropologica, e tra le sue numerose pubblicazioni sull'argomento ricordiamo I guardiani della voce. Parola e silenzio nell'Occidente medievale e moderno, Roma 2002.



La lingua degli dei
Il silenzio dall'Antichità al Rinascimento
di Roberto Mancini
Angelo Colla Editore



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Questo libro indaga un aspetto solo apparentemente marginale della civiltà del Rinascimento: il nuovo sistema della moda, nella sua complessiva economia simbolica e rappresentativa, oltre che di produzione di beni di consumo e di lusso; un'economia che intreccia valori etici e forme estetiche. Archeologie remote che riguardano però il nostro presente e i suoi frenetici ritmi scanditi e dominati dal trionfo della moda come sistema globalizzato: perché, allora, nell'Italia dei primi anni del Cinquecento, si compie la svolta decisiva, quella che dura ancora tra noi attentissimi al calendario delle sfilate e alle identità dei couturiers. Perché, allora, nell'ambito delle pratiche nobiliari o dei ceti cittadini più ricchi, si compie la trasformazione delle funzioni e del senso del vestire: di quel vestire che non è mai stato soltanto una necessità primaria, ma ha sempre avuto anche un valore di status symbol, in quanto segno identitario e di appartenenza.
Il fattore fondamentale di questa trasformazione è nell'annessione della moda al generale campo dell'estetica: solo che il valore aggiunto che nel Rinascimento fa la differenza riguarda la forma e il disegno, piuttosto che l'ostentazione di materiali di lusso, decori e colori. Una trasformazione che segnala la remotissima nascita dell'itaIian style: nel primato di una qualità formale che sa prodursi come progetto di disegno, autonomo e indipendente dalla qualità dei materiali impiegati, per una ricerca di una bellezza come 'giusto mezzo' ed equilibrio, misurata e tranquilla, mai ostentata o affettata. Esattamente, insomma, quanto oggi chiamiamo design. Con un dato in più, assolutamente innovativo: la ricerca del nuovo valore aggiunto di questa forma estetica adotta e risemantizza un solo colore. E il trionfo del nero, di tutti i colori del nero. Se si vuole, sono le remotissime radici delle scelte di stile che hanno connotato il lavoro di molti stilisti italiani, a cominciare da Giorgio Armani. In questo libro c'è anche il riscontro problematico di come la cultura italiana nell'età del dominio spagnolo sia tutt'altro che una cultura della "decadenza", ma sia invece una cultura che sa elaborare le strategie di una sua strutturale autonomia rispetto alle variabili della storia: anche come orgogliosa rivendicazione di quella 'migliore forma' di cui sono e restano titolari gli italiani, malgrado la sconfitta sui campi di battaglia e nel gioco delle potenze europee in conflitto di egemonia.


Amedeo Quondam insegna Letteratura italiana all'Università "La Sapienza" di Roma; è Presidente dell'Associazione degli Italianisti Italiani (ADI) e di "Europa delle Corti. Centro di studi sulle società di Antico regime". Tra le sue più recenti pubblicazioni: "Questo povero Cortegiano". Castiglione, il libro, la storia, Roma 2000; Classicismi e Rinascimento: forme e metamorfosi di una tipologia culturale, in Il Rinascimento italiano e l'Europa, 1, Storia e storiografia, a cura di Marcello Fantoni, Treviso-Costabissara (Vicenza) 2003; Cavallo e cavaliere. L'armatura come seconda pelle del gentiluomo moderno, Roma 2003; Petrarca, l'italiano dimenticato, Milano 2004; Tre inglesi, l'Italia, il Rinascimento. Sondaggi sulla tradizione di un rapporto culturale e affettivo, Napoli 2006; La conversazione. Un modello italiano, Roma 2007.



Tutti i colori del nero
Moda e cultura del gentiluomo nel Rinascimento
di
Amedeo Quondam
Angelo Colla Editore



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Che ci aspettiamo da un libro? Che ci racconti avvincenti storie, che elabori seducenti personaggi... Ma se la storia è la storia del libro stesso, e i personaggi sono gli scrittori, i lettori, gli acquirenti e i venditori di libri, e quel nugolo di strabilianti pazzi che attorno al mondo dei libri levita? Questo libro raccoglie un'infinità di testimonianze, dalla A di Agostino (San) alla Z di Zavattini (Cesare), sulla meravigliosa ossessione che l'amore per i libri comporta. Un catalogo impressionante di citazioni, riflessioni, di piccole storie private e di grandi storie letterarie. E compone alla fine, grazie anche alla raffinata ironia e al ricco e gustoso apparato di note sulle vite dei più famosi scrittori, il grande romanzo del libro, quel gioco serio che non cesserà mai di esistere e di affascinarci.


Franco Foschi, pediatra e scrittore, dopo l'esordio con sceneggiature radiofoniche e racconti su varie riviste e antologie (Feltrinelli, Ossigeno, Gialli Mondadori, Delitti di carta, Il galateo del telefonino, Enokiller, Black Christmas), ha pubblicato quattro romanzi, Niente è come appare (Hobby&Work, 1998, ristampa 2004, nuova ristampa 2006), Maria e le pistole limate (EL, 2000), Un inverno dispari (a quattro mani con Guido Leotta, Mobydick, 2003), Il tempo è un cerchio infinito e paziente (a quattro mani con Guido Leotta, Perdisa, 2007), tre raccolte di racconti, Beltenebros e altre amene crudeltà (Mobydick, 1998, premio Città di Bologna), Piccole morti senza importanza (Todaro, 2003) e Odio il jazz e altre strane musiche (Zona editore, 2006), un romanzo per bambini, Il drago della diga di Ridragoli (Ghisetti & Corvi, 2006), più un paio di libri decisamente atipici, Il re dei ragni (Mobydick, 2000, con prefazione di Stefano Benni) e H (Mobydick, 2002, con prefazione di Giuseppe D'Agata). Scrive regolarmente sceneggiature per la radio e conduce la rubrica televisiva di interviste a scrittori "Leggere negli occhi", sul portale video www.arcoiris.tv.


Libro azzurro
Prontuario imperfetto per chi legge, chi scrive, chi compra e vende libri
di
Franco Foschi
Alberto Perdisa Editore



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Il cabbalista è convinto che, quando si purificano le lettere, si procede al contempo alla purificazione dell'anima. Poiché la Torah è infinita, bisogna rompere lo stampo di ciò che è già noto per costituirne un altro, ed acquisire in tal modo una conoscenza nuova. Dunque con le lettere di un testo se ne forgia un altro. Questo fa sì che il cabbalista non legga in un testo ciò che vi possono leggere tutti. Il cabbalista non è prigioniero di un testo. Ha la piena libertà di ricomporlo in altro modo per arrivare a un altro significato. L'assioma fondamentale dei cabbalisti è che il testo attraversa un processo di continuo mutamento, che è un segno della sua infinità e della sua divinità. Per questo il Baal Shem Tov diceva che il libro dello Zohar ha ogni giorno, senza eccezioni, un significato diverso.


Moshe Idel, nato in Romania nel 1947, emigrato in Israele nel 1963, ha conseguito il dottorato alla Hebrew University of Jerusalem con una tesi su Avraham Abulafia, il massimo rappresentante della "cabbalà estatica" Attualmente è professore del Dipartimento di Pensiero ebraico alla Hebrew University of Jerusalem e Senior Researcher allo Shalom Hartman Institute di Gerusalemme. Successore critico e originale di Gershom Scholem, è il più grande studioso vivente di cabbalà.


Victor Malka, discendente di una stirpe di rabbini marocchini, emigrato In Francia con la famiglia dopo la Guerra dei Sei Giorni (che ha segnato la fine di una lunga e feconda convivenza ebraico-musulmana in Marocco), è scrittore e giornalista, ma soprattutto uomo dell'ascolto e del dialogo.


I percorsi della Cabbalà
Conversazioni sulla tradizione mistica ebraica
di
Moshe Idel e Victor Malka
La parola Editore



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Quando da ragazzo m'impegnavo assiduamente nell'arte della seduzione, collezionando successi magri e di breve durata, ebbi la fortuna di frequentare - in una borgata ancora agricola, circondata da campi infiniti-boschi ombrosi e due fiumi pieni di vita. Imparai a osservare e ascoltare le forme e i suoni della natura, scivolando tra i sassi del fiume, seguendo le tracce degli aironi, alzandomi nel buio della notte per sentire nel bosco i versi degli allocchi. Non ero mai in casa e mia madre si rassegnò presto a cercarmi per la cena. Più tardi tenni fede agli impegni presi con la natura e scelsi un corso di studi in agraria per capire meglio la bellezza della terra. Poi, avorando presso noti vivai torinesi, appresi come utilizzare le forme e i colori delle piante per realizzare quel quadro naturale che è il giardino. La mia ricerca mi portò a tastare nuovi terreni, a fare altre esperienze nel campo agricolo e vivaistico in particolare. Finalmente approdai in una magica piana, all'imbocco di una valle, che ha come sfondo vette che brillano ed è incorniciata da boschi antichi. Scusate la passione, ma me la sono cercata... Qui creai un vivaio, mettendo in pratica le esperienze acquisite e maturandone altre. Sembrerebbe un quadro perfetto ma non è così, la scuola dell'esistenza ci mette spesso ostacoli sul percorso, forse per migliorare le nostre anime o forse semplicemente perché siamo la solita polvere nel solito deserto. Scoprii di essere affetto da sclerosi multipla, una malattia di cui non avevo mai sentito parlare... Cercando di cogliere il senso della malattia sono arrivato ad apprezzare meglio le piccole cose di tutti i giorni. Mi sono ricreato, inventandomi nuovi modi di vivere e di agire; ora penso alla malattia come a un'amica scortese che però ha sempre ragione, con la quale si cerca un equilibrio, perché comunque è sempre un'amica. Molte porte nuove si sono aperte da allora e, nella ricerca del significato, dietro ognuna di esse c'era una sorpresa. Aprivo un pacco ed ecco l'alimentazione, un nuovo modo di nutrirsi, di immettere sostanze vitali ed energetiche nell'organismo; scartavo un altro dono ed ecco l'arte, colei che salva la mente dall'oblio; un altro regalo ancora ed ecco la meditazione, la vera cura profonda per ogni male. Come in un ricco Natale mi si rivelarono strenne mai viste, che ancora mi mostrano le loro infinite potenzialità. Tra queste c'è il giardino che, a seconda di come lo intendiamo, assume significati diversi. Con queste premesse il giardino di cui si parlerà vuole essere un luogo di ricerca, un sito archeologico dove ritrovare monili antichi ma presenti da sempre, sommersi dalla polvere di molte dottrine.


I giardini dei sensi
di
Maurizio Zarpellon
Blu Edizioni



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La collana dei "Grani" è nata con l'intento d'offrire libri di formato agile, di lettura piacevole e al contempo educativa, dedicati - ciascuno - a un'opera sola. L'auspicio sotteso è stato fin da subito quello d'annoverarvi indagini sempre improntate da un piglio critico non conformistico e da una scrittura non convenzionale. Propositi di qualche ambizione; e dunque ardui da perseguire. Di sicuro però - almeno a mio giudizio - risulterà calzante agli obiettivi questo lavoro di Vincenzo Farinella, che ho fortemente voluto, per essere testo esemplare d'un approccio all'opera figurativa senza preclusioni metodologiche. Uno dei quadri più affascinanti e poetici d'ogni stagione -Giove pittore di farfalle di Dosso Dossi - viene ora interpretato con argomentazioni persuasive; cólte, e però proposte con levità di tocco. E l'esegesi del contenuto consente la formulazione d'una fondata congettura riguardo alla committenza estense della tela medesima. Committenza che da tempo è oggetto di studi fecondi da parte di Farinella. In un paese dove la storia dell'arte è quasi esclusivamente storia della lingua, questo libro contribuisce a restituire all'iconologia tutta la dignità (che le spetta) di disciplina giustappunto storica. Anche chi non reputi lo studio dei contenuti meritevole d'interesse in sé, dovrà qui convenire della sua ragguardevole importanza nella ricostruzione delle vicende iniziali del quadro: è del tutto evidente infatti che soltanto in virtù del disvelamento del soggetto è possibile - come vedremo - ipotizzarne un'allogagione di Alfonso I d'Este e un'originaria destinazione nella sua "delizia" sull'isola di Boschetto a Ferrara. E questi sono - mi pare - dati storici. Finalmente saranno da ringraziare il Comune di Firenze e la Fondazione Romualdo Del Bianco col sostegno di Vivahotels, che hanno permesso coi loro contributi l'uscita di questo libriccino, ribadendo così la loro amicizia con le genti di Polonia e segnatamente con la città di Cracovia, ospite dell'immaginifica tela di Dosso.

Antonio Natali



Dipingere farfalle
di
Vincenzo Farinella
Edizioni Polistampa



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Quale occasione migliore di una ricorrenza , un centenario o un anniversario, per dare alle stampe un libro, e fare in modo che quella stessa ricorrenza metta in moto, insieme alla diffusione del libro prodotto in edizione non venale, un calendario di iniziative stimolanti, tra cui una serie di concerti? È ciò che è avvenuto alla fine dell’estate a Poggio Renatico, quando Tito Manlio Cerioli, Luigi Samoggia e Gianni Cerioli, raccogliendo il frutto di non facili ricerche condotte in ambito archivistico e storico artistico, hanno potuto consegnare agli interessati un libro ampiamente documentato sulla chiesa abbaziale di San Michele Arcangelo di Poggio Renatico, di cui ricorre quest’anno il centenario della fondazione. Una chiesa che contiene opere d’arte magistralmente trattate dagli autori, sia nel libro in oggetto che nel corso di incontri serali, quando una più debole arsura, scemata col finire dell’estate, ha permesso agli spettatori, ai relatori e ai musicisti una maggior concentrazione. Intermezzi fra un tema e l’altro, con esecuzioni da parte di musicisti ferraresi e poggesi, hanno dato all’iniziativa il sapore di un evento di tutto rispetto, valicando le attese localistiche di farne una manifestazione paesana. Questo il clima, lo sfondo. Il vecchio adagio ci dice che l’estate è finita, ma resta il libro, su cui a distanza di tre mesi è opportuno soffermarsi per avere la misura dell’importanza di un luogo di confine fra Ferrara e Bologna, ricco di storia e dove l’arte ha un suo dignitoso posto nella vita sociale. Grazie al documentato contributo in apertura a firma di Tito Manlio Cerioli, vengono approfondite le vicende storiche che hanno caratterizzato la storia di Poggio Renatico, nonché il progressivo mutare delle condizioni che portarono alla chiusura della vecchia chiesa (voluta già a partire dalla metà del secolo XV dalla potente famiglia Lambertini di Bologna) e alla conseguente costruzione dell’attuale chiesa abbaziale, inaugurata il 29 settembre di cento anni fa. Le valenze sociali, i simboli, le motivazioni civili che stanno alla base della trasformazione urbanistica del centro del paese, operata con la costruzione della chiesa, sono indagate da Luigi Samoggia. Lo studioso pone l’accento sui progetti e i progettisti che hanno contribuito con i loro interventi a definire l’assetto urbanistico moderno di Poggio Renatico, identificando e comparando stilemi architettonici in voga all’epoca e presenti in spazi urbani di forte suggestione ambientale, a Ferrara come a Padova, dove nei secoli XIX e XX lo stile neo-gotico s’impose. A Gianni Cerioli si deve il merito di aver trattato, con la perizia dello storico dell’arte attento all’evolversi del gusto e ai problemi della conservazione, le peculiarità estetiche di opere d’arte presenti all’interno della chiesa abbaziale e negli edifici contigui di pertinenza ecclesiastica. Le intenzioni di Gianni Cerioli sono puntualmente indicate in premessa: Gli altri saggi di questo volume trattano la nascita della nuova chiesa dal punto di vista storico e da quello architettonico; questo saggio si propone, invece, di studiarne l’arredo, le decorazioni e gli abbellimenti: inseguire le immagini che le idee intendono esprimere attraverso le forme. Sapientemente Gianni Cerioli collega fra loro diversi ambiti - arte, politica, storia - e disquisisce così sulle forme e sull’estetica avvalendosi degli oggetti d’arte oggi presenti all’interno della “nuova” chiesa di Poggio Renatico, qui collocati nel XX secolo o “importati” dalla “vecchia” chiesa. L’analisi è di grande interesse storico-artistico, e per attestare la preziosità delle opere in esame Cerioli chiama in causa documenti riaffiorati dagli archivi, associandoli a trascrizioni e ad immagini fotografiche nitide. È il caso della lettera autografa datata 14 novembre 1561 dell’onnipresente San Carlo Borromeo, conservata in teca, e della statua in terracotta dello stesso santo proveniente dall’Oratorio di San Carlo. È il caso dell’ampia quadreria, prevalentemente di opere del XVIII secolo, distribuita fra i locali della chiesa e quelli della Sacrestia, ben ricostruita grazie alla presenza in loco di precedenti inventari. L’appassionata ricerca di Gianni Cerioli, così come quelle di Tito Manlio Cerioli e di Luigi Samoggia, aderiscono nei propositi divulgativi a quanto è espresso dall’Arcivescovo di Bologna Carlo Caffarra, che ha voluto dotare il testo di una pagina densa di significati etici e civili: Fermarsi a conoscere la propria storia come comunità parrocchiale, aiuta tutti i fedeli a rendersi conto di essere i partners di un’alleanza il cui contraente è Dio stesso.

Giuseppe Muscardini



www.parrocchiapoggiorenatico.it


La nuova Chiesa Abbaziale di San Michele Arcangelo di Poggio Renatico
di
T.M. Cerioli - L. Samoggia - G. Cerioli
Fondazione Cassa di Risparmio di Cento



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I contributi raccolti in questi Atti del convegno internazionale tenutosi a Firenze e San Domenico di Fiesole, tra il 6 e 1'8 ottobre del 2005, delineano la storia completa della dinastia medicea attraverso le sue donne. Questa dimensione collettiva, corale, costruisce una sorta di storia parallela, che disegna in filigrana una controstoria non solo della dinastia, dalle sue origini al tramonto, ma della costruzione stessa dello Stato, sia attraverso il nesso imprescindibile con la famiglia, sia attraverso una riflessione che integra il ciclo di vita delle donne al mutare dei loro ruoli di potere e, dunque, al costituirsi stesso della sfera di governo. In questo volume le donne Medici vengono colte attraverso la circolazione e lo scambio, oltre i confini dei singoli Stati: quelle che si allontanano come spose, e a volte ritornano vedove, e quelle, "straniere a corte", che giungono a Firenze per entrare, con le nozze, nella dinastia. La circolazione e lo scambio delle donne nel sistema europeo delle corti inserisce la vicenda della dinastia medicea e la storia stessa di Firenze e del suo Stato nel cuore della storia d'Europa. Il volume presenta una struttura multidisciplinare, che unisce i contributi della storia dell'arte, della letteratura, della storia religiosa, sociale e politica, della cultura materiale, della storia delle donne e di genere. L'apporto documentario è imponente e focalizzato sulle corrispondenze femminili. Se le grandi figure già note della dinastia compaiono in parte dei contributi, attraverso ottiche inconsuete, altri testi danno rilievo a profili finora lasciati in ombra. La struttura del volume, quella del ritratto di gruppo, evita il ricorso alla biografia e getta luce sull'entourage entro cui le donne Medici hanno svolto la loro azione: maestri di camera, personale di corte, segretari, artisti, religiosi che, con la loro cultura giuridica, amministrativa, figurativa, spirituale, hanno contribuito a situare, arricchire e legittimare le funzioni di potere e di governo che le Medici hanno ricoperto.


Le donne Medici nel sistema europeo delle corti
di
Giulia Calvi e Riccardo Spinelli
Edizioni Polistampa



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